A COSA SERVE LA BORSA CARBURANTI

A COSA SERVE LA BORSA CARBURANTI?

Ennesimo tentativo a vuoto o liberalizzazione risolutiva? Soltanto il tempo potrà dirci se la Borsa Carburanti, una delle tante proposte inserite nella bozza del Decreto Sviluppo, potrà risolvere il problema dei rincari della benzina: è scontato che i consumatori si attendano molto in questo ambito, tante promesse sono state fatte finora e nessuna è stata mantenuta, a tutto svantaggio dei portafogli degli automobilisti. Bisogna comprendere nel dettaglio cosa intende il governo per Borsa Carburanti e ipotizzarne, di conseguenza, pregi e difetti. Si tratta di una sorta di mercato all’ingrosso dei carburanti, definito in ogni suo aspetto dal Gestore dei mercati energetici (Gme): l’obiettivo è quello di garantire trasparenza, concorrenza e neutralità, insomma tutto quello che è mancato fino ad oggi. Ma i tempi attuali sono maturi per un cambiamento simile? Appena due giorni fa, le quotazioni internazionali di benzina e diesel sono aumentate nuovamente. Perfino le cosiddette “no-logo”, meglio note come pompe bianche, sono state costrette a ritoccare il loro tariffario al rialzo (un centesimo in più): le compagnie petrolifere rimangono caute, ma c’è anche chi non esita ad aumentare i propri prezzi, come ad esempio Shell (cinque centesimi di rincaro). Desta comunque preoccupazione il fatto che la benzina verde sia in molti casi ancora al di sopra degli 1,6 euro. Il nostro esecutivo è convinto che liberalizzando il mercato si possano abbassare finalmente i prezzi: lo stesso Gme è destinato a cambiare sigla e si chiamerà Gmec (Gestore dei mercati energetici e dei carburanti), ma al di là dei proclami e dei propositi gli automobilisti si attendono subito risultati concreti. Con questo mercato ci si è dati tempo tre mesi prima di ottenere qualcosa di positivo. Tutto è molto lodevole, ma prima di ogni cosa il governo deve anche provvedere a ridurre le accise, le quali determinano ben la metà del prezzo del petrolio nel nostro paese: il tariffario attuale risente di alcune accise che sono ancora incluse da tempo immemore, come quella del 1935 per la guerra in Abissinia, quella del 1956 (crisi del Canale di Suez) e del 1963 (disastro del Vajont). Perché non si interviene anche su questi centesimi per eventi ormai trapassati? Senza dimenticare l’Iva e la sua aliquota al 21%: la questione è molto più complessa e da un esecutivo davvero serio si dovrebbero ottenere misure adeguate.



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